Il mondo del lavoro sta cambiando. E in parallelo sta cambiando anche la mentalità legata al lavoro stesso. È impossibile capire quale dei due cambiamenti sia causa o effetto dell’altro: avvengono simultaneamente.

Il lavoro cambia per lo sviluppo di nuove tecnologie, l’occorrere di nuove esigenze, lo sviluppo di nuovi orizzonti professionali.

La mentalità cambia perché si affaccia al mondo del lavoro una generazione che vede le cose in maniera completamente diversa rispetto al passato: sono nate convinzioni nuove, desideri diversi, aspettative che prima nessuno si poneva.

Fonte: Jacob Morgan – The Future of Work

Una nuova visione del lavoro. 

Secondo una ricerca condotta da Jointly in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, per i Millenials è più importante il benessere dentro e fuori dall’ufficio rispetto al guadagno. La piattaforma Comparably aggiunge che il 34% degli under 35 antepone il proprio benessere ed equilibrio personale all’avanzamento di carriera.

L’idea di successo è ormai diversa da quella di qualche anno fa: non è più la realizzazione di un obiettivo esclusivamente professionale, ma piuttosto il raggiungimento di un equilibrio ottimale tra evoluzione personale e professionale.

Cambia la mentalità del singolo, ma non quella con cui le aziende agiscono: è questo l’ostacolo. Le aziende non devono avere paura del cambiamento, ma lo devono anzi abbracciare e incanalare nel modo più congeniale.

 

Lavoro “intelligente”. 

Un esempio di cambiamento che è ormai in moto da qualche tempo e che ancora non è ben visto da tutti è lo Smart Working. Per Smart Working s’intende, seguendo la definizione del  Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD), un approccio al lavoro che punta ad una maggior efficienza ed efficacia nel raggiungere obiettivi tramite flessibilità, autonomia e collaborazione. Non si tratta quindi semplicemente di “lavorare da casa”: è un concetto più ampio, che andrebbe affrontato in separata sede. Ma vediamo qualche dato.Gli Smart worker in Italia sono, ad oggi, 480.000. Il 50% di loro si sente pienamente soddisfatto del proprio lavoro, contro una media di chi lavora in maniera tradizionale del 22%. Il 34% di Smart worker dichiara di avere un buon rapporto con colleghi e superiori, e quasi nessuno è completamente insoddisfatto del lavoro.

Oltre che dal loro punto di vista, possiamo analizzare la questione anche dal punto di vista aziendale: nelle aziende in cui è attivo un buon piano di smart working la produttività aumenta del 15%, il tasso di assenteismo si abbassa del 20% e la qualità del lavoro migliora significativamente.

 

Lifelong learning.

Un altro punto su cui vale la pena soffermarsi riguarda la formazione: il focus non è più sulle conoscenze apprese e pregresse, ovvero sulla cosiddetta “esperienza”. L’attenzione si sposta sul progresso e la crescita costante e continua. Nessuno può mai definirsi arrivato, professionalmente parlando. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare: si parla di lifelong learning (Leggi il nostro articolo a riguardo –> Evoluzione e lifelong learning: l’istinto all’eccellenza.).

Sempre parlando di crescita, oggi è considerato importante il valore della persona, più di quello della competenza. “L’unico capitale a disposizione sono diventati il “qui e ora” ed il proprio sé, visti come un bene da valorizzare e di cui godere appieno.” dice Giovanni Siri, professore di Psicologia all’Università san Raffaele di Milano. Le persone sono quindi chiamate a costruire la propria carriera in base alle loro esigenze e obiettivi personali, oltre che professionali. La possibilità di farsi strada infatti si è aperta ad una fascia di persone molto più ampia, e la formazione è a disposizione di tutti.

Viviamo un’epoca di cambiamenti, sviluppo tecnologico e cambio di prospettiva, e il “futuro” è più vicino che mai: la centralità dell’uomo si fa sempre più necessaria e significativa.

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